domenica 23 settembre 2012

Un caffè


La scorsa primavera sono andata a Firenze. Uno di quei viaggi tra amiche, che non si sa bene come diventano viaggi con le amiche e con gli amici delle amiche... con il prevedibile risultato che tutti i programmi approntati con tanta cura sono andati a farsi benedire per colpa dei suddetti fanciulli, il gruppo-affiatato-tutti-insieme-appassionatamente si è scisso in varie correnti e correntine, più volte si è rischiato l'incidente diplomatico e/o l'omicidio tramite annegamento nell'Arno (ma tutto è bene quel che finisce bene: le amiche sono ancora tali e in compenso uno dei baldi giovini è stato scaricato per altri motivi, sopravvenuti nei mesi successivi).
Se si parla di Firenze, riesce quasi automatico pensare agli Uffizi, a Santa Croce, a Santo Spirito e alla Laurenziana. Non nego di essermi commossa davanti a un Caravaggio, che è e rimane il mio pittore preferito, di aver provato un brivido di ammirazione di fronte a Santa Croce, e ammetto che mi sono scese due lacrimucce quando ho realizzato di essere arrivata alla mostra sui codici medici alla Laurenziana due minuti dopo l'ultimo ingresso. I ricordi più vividi che ho di Firenze, però, sono legati ai sensi del gusto, dell'olfatto e dell'udito.
Una pasta «al sugo finto», che ancora devo capire perché diamine si chiami così. Buonissimo, inebriante, divino. Può un piatto di spaghetti mandare in visibilio? Evidentemente sì. Ho isolato i soliti aromi della cipolla, dell'aglio, della carota e del sedano, ma deve esserci anche qualcos'altro, poiché non sono mai riuscita a riprodurre esattamente quel sugo.
Una tagliata all'aceto balsamico che si scioglie in bocca. Mettersi a tavola tutti insieme, dopo vari momenti di tensione in cui ero arrivata a desiderare di prendere il primo treno per casa, dà un sapore particolare alle cose.
Due ore prima di tornare a Santa Maria Novella, dall'altra parte della città, un acquazzone. Ventaccio maledetto, ombrelli che si rompono (ombrellini dallo sbrindellamento facile, ovvio, pagati tre euro e che ne valevano la metà) e annesse imprecazioni in tutte le lingue del mondo, vive e morte. Un bar piccolo piccolo e le note di Susanna di Adriano Celentano, sparata a seimila decibel, che si diffondono nell'aria. Entriamo. Pareti dipinte di rosso, istoriate di scritte a gessetto in inglese, tedesco, cinese, spagnolo e Dio solo sa quali altri idiomi parlati da turisti passati di là e che hanno deciso di lasciare il loro segno. Un barista alto e magro, sui quarant'anni, con un cappello nero e tutta l'aria di uno che alle quattro del pomeriggio ha già bevuto più di un bicchiere di troppo. Finisce Susanna e parte Hasta siempre comandante nella versione dei Buena Vista Social Club. Cantiamo noi, cantano le ragazze americane sedute al tavolo a fianco, canta Carlo (così si chiama, il barista). Fa alzare uno di noi, lo porta dietro il bancone e gli fa preparare sette gin tonic: siamo in sei, uno è per lui che si unisce al brindisi. Offre la casa. Anche noi ci armiamo di gessetti e lasciamo un ricordo del nostro passaggio, subito prima di correre a prendere il Frecciarossa che ci riporterà in quel cantiere perenne che è Porta Nuova.
Proust aveva ragione a dire che l'odore e il sapore sono i ricordi più tenaci, destinati a restare quando tutto il resto sarà svanito; io ci aggiungerei, però, anche i suoni: le canzoni e l'allegria un po' folle di Carlo, e l'atmosfera del suo bar, che si chiama semplicemente, proprio come il titolo di questo post, Un Caffè.

2 commenti:

  1. Ciao Lucy, nel primo post ti chiedevi se fosse possibile per te scrivere più di dieci righe? Beh, direi che è possibilissimo, e aggiungereii che sei anche molto, ma molto brava!
    Questa storia dei viaggi mi piace, come avrai letto nel mio blog l'ultimo non è stato un granché... ma di quel posto, come dici tu, mi ricordo tanto gli odori (di canna, TUTTO.IL.SANTO.GIORNO.) ahahaha :)
    Come al solito faccio queste battute fuoriluogo, ma in assoluto è vero che si ricordano di più queste sensazioni, forse perché hanno fatto parte di noi, le abbiamo realmente provate. Le immagini sì, le abbiamo viste con i nostri occhi, ma non le abbiamo fatte nostre come un piatto di spaghetti o come il profumo di un fiore delicato... E' per questo che entrano in gioco le fotografie!
    Ancora complimenti, un bacione.
    Bea.

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  2. Ciao Bea,
    quanti complimenti...! Sei davvero troppo gentile e ti ringrazio molto. Ti propongo uno "scambio cultural-telematico": ci aggiungiamo vicendevolmente ai rispettivi blogroll (spero di ricordarmi come si fa, è da un po' che non tengo un blog ehehe) in modo da seguirci. Anche perché ormai mi hai incuriosita, sto aspettando il seguito del tuo racconto!
    Comunque credo che il limite delle immagini rispetto agli altri ricordi stia proprio nei nostri occhi, oltre che nella nostra mente: man mano che passa il tempo, ciò che abbiamo visto si modifica, diviene sfocato. Un po' come i lineamenti di un uomo che abbiamo molto amato, ma che è divenuto tanto lontano nella memoria da parere non essere mai esistito.
    A rileggerci/riscriverci, spero.
    Un bacione
    Lucy

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