Capita di scrivere una tesi su un autore che, non si sa bene come e perché, è stato fatto santo da quell'organizzazione che si definisce Santa, Romana, Cattolica e Apostolica. Il tizio in questione, in chi lo conosce, cagiona comportamenti opposti: gli studiosi sono troppo presi dalla vastità della sua produzione letteraria, esegetica e traduttiva, e anche dal suo caratteraccio, per ricordarsi che è un santo; il popolino devoto, di norma, non sa minimamente che quel testo che considera sacro è stato tradotto in latino dall'autore in questione... quella traduzione è stata in auge per oltre un millennio, ma sì, che cosa vogliamo che sia, bazzecole.
Al paese di mio padre, che per qualche imprecisato motivo ha questo popò di letterato come santo patrono, sono stata coinvolta in una conversazione di questo tenore.
Persona a caso: «Allora, Lucy, su che cosa stai facendo ricerca?».
Io: «Bah, sto studiando G.».
Lei: «G.? Intendi san G.??».
Io: «Sì, proprio lui».
Lei, visibilmente emozionata: «Ah, che bello! Però, non sapevo che avesse anche scritto qualcosa».
Io spero che il povero (san) G. non l'abbia mai saputo, altrimenti si sarà rivoltato nella tomba. Tanto più che, oltre a vegliare su quello sperduto paesello sulla collina aspromontana, secondo il cattolicesimo quel pazzo grafomane è il patrono degli studiosi, degli studenti, dei letterati e, nell'epoca di Internet, anche di noi blogger.
Si dà il caso che il giorno in cui si festeggia il suddetto santo sia oggi. Fin qui, nulla di strano. I problemi cominciano quando un certo docente, fissato con G. molto più di me, e che in teoria dovrà un giorno firmare la mia tesi, mi scrive su FB per farmi gli auguri di buon G-day. L'unica altra volta che costui mi ha mandato un messaggio, era per rinfacciarmi una mezza castroneria per la quale mi sfotte ancora oggi... chiaramente mi preoccupo!
Caro G., non ti ho mai pregato, ma forse è il caso che cominci a vegliare su di me. Ah, e già che ci siamo, buon complemorte numero 1592.
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