Mi sono presa un po' di tempo per riflettere su un articolo uscito ieri sul sito del giornale di Augusta Taurinorum. L'argomento era Palazzo Gnu, l'ecomostro costruito già con muschi e licheni incorporati, a breve distanza dal Po, per ospitare batteri, virus, vibrioni del colera e, se resta spazio, studenti delle facoltà umanistiche.
Eh già, lo spazio. Pare facile. Gestione ottimale delle risorse, questa sconosciuta. Che cos'è, si mangia? Il ritratto tracciato dalla giornalista è impietoso (per chi fosse interessato, dare un'occhiata qui), ma veritiero: stanzette adatte a contenere cinquanta studenti riempite all'inverosimile, fino a contarne ventordicimila; aule da quattrocento posti occupate sì e no da venticinque persone. Si potrà dire: che senso ha confinare materie destinate a tutti i corsi di laurea in aulette striminzite, con la gente costretta a sedersi per terra o sulle scale, con buona pace della legge seiduesei, quando aule da mille milioni di posti sono destinate a filologia biblica, letteratura swahili o altri corsi con molto meno pubblico?
[NB: ho nominato materie a caso, io stessa sono stata un'assidua frequentatrice di corsi «di nicchia».]
La risposta, piuttosto piccata, è data da un appartenente alla genia dei supermegaordinari; è talmente geniale che ho scelto di soffermarmi sulla questione delle aule-pollaio, anche se molti altri problemi allietano la vita di Palazzo Gnu (sito inutilizzabile e conseguente impossibilità di iscriversi agli esami, bagni spesso inagibili, pioggia che percola dai soffitti a ogni cambio di stagione, e altre amenità). Udite udite: «Non è possibile fare scambi: le aule sono occupate. E anche se gli studenti di un altro corso sono pochi, non sarebbe fattibile: il relativo docente valuterebbe la proposta come una diminutio del suo onore». Ma non finisce qui. Il gentile professore ci fa omaggio di una reminiscenza dal passato: «I baroni, quelli veri, anche se avevano quattro studenti non ritenevano dignitoso fare lezione se non nelle aule più grandi».
Ecco, io mi soffermerei su quell'espressione, «quelli veri». Come a dire: guardate che questo è niente, quello era un comportamento da baroni, il nostro no. Peccato però che l'atteggiamento descritto sia all'incirca il medesimo. Torniamo all'inizio: cosachecosa?? Una diminutio? Dell'onore del docente? Ora, se proprio volessi fare la fiscale, potrei menarla con il fatto che un Cicerone, un Livio, un Cesare, un Tacito, uno Svetonio non avrebbero mai impiegato il termine diminutio (che non si trova prima di Igino e della Vulgata), ma casomai deminutio, e anche a non essere un latinista un ordinario afferente alla facoltà di Lettere e Filosofia non può permettersi di non saperlo; ma il punto non è questo. Costui ci viene a dire che non è possibile gestire in maniera sensata gli spazi di Palazzo Gnu perché alcuni docenti se ne strafottono degli studenti (e della logica) e ragionano in base all'equazione «aula grande = grande importanza». Un po' come a dire: ti danno il corso in aula 9, cinquanta posti, sei uno sfigato; aula 36, centosettanta posti, sei un figo; aula 1, quattrocento posti, sei Dio sceso in terra.
Fermo restando che, per fortuna, non tutti ragionano in questo modo, mi verrebbe da commentare una cosina: signori miei, la smettiamo di giocare a chi ce l'ha più lungo? Suvvia, la prima media è finita da un pezzo, siete degli ometti ormai.
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